DIMMI CHE LAVORO FAI E TI DIRO’ CHI NON SEI

Sono sicura che molti si trovano oggi ad essere testimoni, e in un certo senso “cavie”, degli effetti di una grande presa di consapevolezza peculiare della nostra epoca, consapevolezza che ha sradicato in chi ne è stato colpito (o beneficiato, a seconda dei punti di vista) ogni certezza sui parametri di definizione della propria identità, della propria persona, ogni tipo di risposta fino ad oggi socialmente comprensibile e riconosciuta alla domanda: “io chi sono?”.

Ancora oggi il 99% delle persone a cui si pone la suddetta domanda, risponde con il tipo di professione o lavoro che svolge:”sono un avvocato, un architetto, un operaio, una segretaria”, e via dicendo.

Il che equivale a dire: io sono il lavoro che faccio.

Fortunatamente abbiamo iniziato in molti a renderci conto che così non è, che noi non siamo il lavoro che facciamo, che il lavoro non ci identifica, bensì descrive semplicemente come occupiamo il nostro tempo.

Ma questa presa di coscienza, se da una parte ci ha liberato da un’etichetta affibbiataci dalla società sulla base di meri parametri materiali, ha aperto dall’altra parte un gran senso di vuoto. Se non siamo il lavoro che facciamo, allora, chi siamo?

Il punto è: come definire una persona senza ricorrere all’ identificazione con quello che fa per vivere? Se non siamo il nostro lavoro, a cui peraltro dedichiamo l’80% della nostra vita (e molti anche di più), come accettare di essere altro di cui non siamo nemmeno consapevoli?  Perché il problema vero non è nemmeno tanto di definizione, bensì molto più profondo, ovvero di comprensione.

LA CRISI DEL TEMPO LIBERO

Prova di quanto la nostra quotidianità sia frutto di uno schema sociale è il fatto stesso che moltissime persone, quando non lavorano, non sanno cosa fare del proprio tempo libero, e vanno in crisi. E quindi, per evitarlo, lavorano sempre di più, nell’illusione di sentirsi utili, utili per tutti tranne che per loro stesse. Oppure si riempiono le poche ore libere di attività di ogni tipo, pur di non fermarsi a pensare, pur di scappare da se stesse.

In una società che ha fatto sì che nel tempo si radicassero in noi parametri di giudizio basati su concetti materialisti e superficiali, che hanno fatto sparire ogni percezione dell’individuo come persona, come anima, come personalità, l’ultimo interesse è far sì che quest’ultimo si svegli dal torpore, che prenda realmente in mano la propria vita e si affranchi dalle tenaglie di un lavoro che non lo definisce in nessun modo.

Quanti svolgono una professione o un lavoro solo perché permette loro di mantenersi, ma se potessero scegliere di fare quello che realmente li appassiona sceglierebbero altro? Quanti sono naturalmente portati per qualcosa o hanno un evidente particolare talento, ma sulla base di ragionamenti pragmatici ed economici imposti hanno sacrificato la loro vita ad altro?

Capito questo, allora diventa molto facile comprendere come il lavoro non può identificare in nessun modo la nostra persona.

Non vi è mai stato chiesto di pensare a cosa vi piace veramente e di aver dovuto affrontare l’amara consapevolezza di esservi persi talmente nella centrifuga quotidiana, per anni, o addirittura per una vita intera, al punto di aver perso anche solo il ricordo di cosa vi rende felici, al punto che non sapete nemmeno più cosa vi piace, cosa vi appassiona, cosa fa di voi l’essenza di quello che siete veramente?

Ecco, questa consapevolezza, sepolta per anni, generazioni, secoli, ha fatto di sì oggi di trovarci al punto in cui siamo: esecutori di routine quotidiane, di lavori svilenti o alienanti, di cui ci hanno fatto avere talmente bisogno al punto che siamo finiti per identificarci con un ruolo o più, addirittura di cercarli disperatamente, e di perdere completamente di vista la nostra felicità.

IL MATRIX DELLA NOSTRA VITA

Non è un caso che pervengano sempre più spesso notizie di cassiere che si rivelano cantanti dalle doti canore eccellenti, o di finance accounter con un dono innato nel capire le persone ed il sogno di fare gli psicologi, o di elettricisti scopertosi  fenomenali artisti, o di segretarie rivelatesi delle dotatissime ballerine di pole dance.

Si sentono sempre più di frequente incredibili storie di successo di uomini e donne che, soprattutto in seguito a profonde crisi individuali, hanno finito per scoprire se stesse, trasformandosi in straordinarie fonti di ispirazione per moltissime altre persone.

Matrix non è stato solo un bellissimo film di effetti speciali, ma un imput, una piccola scossa, un modo più attuale di fare quello che in tanti hanno tentato di fare già prima con versi, canzoni, parole o immagini: pillola rossa o blu? Scegliere di vedere oppure no?

Come ha detto il regista/scrittore dei nostri tempi Silvano Agosti in una delle sue interviste: “una collettività incanalata in uno schema ordinario è prevedibile e controllabile, ma una personalità risvegliata, presente e consapevole sarà sempre una forza al di là di ogni schema”.

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