Un nuovo modello di lavoro per accorciare le distanze. Fra le persone. Fra le persone e le imprese.

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Photo by Domenico Loia on Unsplash

Ho raccontato qui che il “mercato del lavoro” ed il modello di LAVORO che regolano oggi i rapporti fra imprese e persone non consentono di ridurre le distanze. Il ciclo “assunzione – formazione – salario – carriera”, se condotto da operatori razionali ed economici:

  • 1) richiede verticalità e quindi allontana chiunque desideri che gratificazione e riconoscimento arrivino non dal proprio capo ma dai propri colleghi, dalle persone che ha aiutato con il suo lavoro, dai beneficiari diretti del risultato del proprio impegno.
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  • 2) Richiede limitazione e pertanto penalizza tutte le persone che vogliono andare oltre la propria mansione per crescere professionalmente e personalmente secondo un percorso definito anche da interessi e passioni.
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  • 3) Richiede selezione e questo taglia fuori tutti quelli che per il gioco del caso e della statistica non si ritrovino ad avere quei requisiti oggettivi (settore, mansione, ruolo, età, sesso, area di residenza) necessari invece per filtrare profili e curriculum.
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  • 4) Richiede esclusività. L’iniziativa, il networking, lo scambio con l’esterno, il confronto e la crescita con e in altre organizzazioni sono quindi preclusi nella misura in cui comportano infedeltà e riduzione del tempo dedicato al datore di lavoro.

Esiste però un’alternativa, una strada per arrivare ad un 2030 in cui la riduzione dei gap ricercata per un decennio sia raggiunta grazie alle leve dell’etica, dell’apertura, della connessionee dell’inclusione. Ve la racconto in 5 semplici passaggi:

1) Alle persone e ai loro obiettivi é richiesto il primo salto. Se l’obiettivo resta la carriera, la condanna è definitiva. Occorre ridefinire lo scopo del proprio lavoro e orientarlo alla gioia che si prova nell’aiutare qualcun altro a fare o a fare meglio, alla soddisfazione di essere utili e pagati non per il tempo dedicato ad un’attività ma per il risultato raggiunto con quell’attività.

  1. 2) La conseguenza é devastante e naturale: invece che a percepire un salario che non abbiamo tempo di spendere, ci ritroveremo a ottenere un compenso da qualcuno che ha apprezzato il risultato del nostro lavoro e del nostro tempo a prescindere dall’organizzazione di appartenenza.
  2.  
  3. 3) Le persone hanno così attivato uno scambio di informazioni fra soggetti anche lontani per età, luogo, genere, esperienze pregresse e settori di attività, una rete che contribuisce a risolvere problemi e svolgere attività e che continuamente e incessantemente stimola a saperne di più, all’apprendimento. La formazione lascia spazio alla crescita.
  4.  
  5. 4) Le imprese, che sono fatte di persone, si ritrovano quindi a far parte di questa rete alla quale basta che si aprano per poter beneficiare di tutte le competenze condivise delle persone che la popolano. Non è più necessario attivare complessi, rischiosi e costosi processi di assunzione delle persone, poichè ora le imprese hanno semplicemente accesso alle competenze di quelle persone!
  6.  
  7. 5) Il gioco è fatto: il ciclo “assunzione – formazione – salario – carriera” è ribaltato e rimpiazzato da quello “risultato – compenso – crescita – accesso” che azzera ogni distanza e si configura come l’alternativa possibile per dare alle imprese tutte le competenze di cui hanno bisogno, la scelta obbligata se vogliamo garantire alle persone qualità della vita diffusa e indiscriminata.

Gli strumenti per realizzare questo modello esistono (a diversi stadi di maturità): prestazioni occasionali, partita iva in regime forfettario, strumenti di organizzazione aziendale basati sul cliente interno, contratti di rete, CRM integrati, piattaforme basate sul modello della sharing economy che va ora elevato all’asset più importante per le imprese: le competenze.

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