TECNOLOGIA: STRUMENTO O BOIA?

Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dello smart-working, dei social, dei co-working, di start-up e business online, di una tecnologia che domina praticamente su tutto.

Per quello che mi è dato intendere, tutta questa tecnologia è stata sviluppata per semplificare e velocizzare i molteplici aspetti della vita, quotidiana e non, il che dovrebbe significare un’efficienza maggiore anche sul lavoro. Ma se efficienza significa ancora “stesso risultato ma con minore dispendio di energia” (in termini di tempo e quantità), allora io non capisco: com’è possibile che ancora oggi, nonostante questo, venga richiesto di lavorare sempre di più, da un minimo di otto, dieci ore al giorno?

I computer ormai sono in grado di farci terminare in pochi minuti lavori che un tempo richiedevano mesi di lavoro, spesso di un team di esperti al completo.

Tutto porterebbe, per logica, a pensare che le ore lavorative potrebbero diminuire, che tante professioni potrebbero essere svolte da casa, a vantaggio di una qualità di vita decisamente migliore.

Porterebbe a pensare che potremmo avere più ore libere durante il giorno da dedicare a noi stessi, e quindi avere quantitativamente meno ore lavorative, e da poter affrontare più volentieri perché più felici.

E invece no…

Si firmano ancora contratti che richiedono un minimo di 40 ore settimanali, tutte da trascorrere rigorosamente in ufficio.

Come dare a qualcuno una Ferrari senza mettere la benzina e dirgli di spingerla da casa a lavoro, e viceversa.

                                           I CONTI NON TORNANO

 

Mi sono trovata diverse volte a dover “badgare” non prima delle 18.00, dopo avere terminato già in mattinata tutto il lavoro che dovevo svolgere. Inutile descrivere le ore infinite dei pomeriggi trascorse ad inventarsi compiti inesistenti per tenermi impegnata, o ad offrire il mio aiuto ai colleghi, che spesso si trovavano nella mia stessa situazione. E nel frattempo il senso di frustrazione per tutte quelle ore della mia vita sprecate, tempo che scorreva inesorabile tra le mie dita impotenti, relegata fra quattro mura, un numero da tenere in ostaggio, nella scatola, infelice ed insoddisfatta, perché così si fa, perché ai più non interessa cambiare questo sistema.

 

Se tutta questa tecnologia non serve a rendere la vita migliore (sempre presupponendo che per migliore si intenda più tempo libero per noi stessi e un lavoro qualitativamente più soddisfacente), se non serve a rendere tutti più felici e realizzati, ma viene utilizzata per lo più come strumento di manipolazione e controllo, allora stiamo attraversando un alienante processo di involuzione invece che di evoluzione.

Per cui non so a voi, ma a me così i conti proprio non tornano.

                              UOMO,  TECNOLOGIA, O ENTRAMBI?

                    

Sento e leggo di continuo storie di persone che mollano tutto e si re-inventano, rischiando tutto per una vita più felice, o semplicemente per una vita, da vivere appieno, da godere, da assaporare in tutti i suoi aspetti, compreso quello del lavoro, che sappiamo tutti ormai essere un aspetto importante e potenzialmente anche molto gratificante, se quello giusto,

Perché allora non rendere tutti questi strumenti un mezzo per far emergere le persone anzichè per appiattirle? Una tecnologia al servizio delle menti, non una macchina di obnubilamento delle personalità.

Fuori c’è un mondo di potenziali successi, di menti brillanti e qualità inespresse che per emergere ha solo bisogno che si vada oltre ad un semplice foglio di carta, che può voler dire tutto e niente. E’ vero che le A.I. possono incrociare una miriade di dati e dare risposte molto complesse in pochi secondi, e trovare potenziali candidati perfetti sulla carta.

Ma può un’ A.I. individuare anche quel “non so che” che in pochi vedono quando esaminano un giovane candidato timido ma brillante, o un candidato che in base a quel foglio risulta essere “vecchio”, ma la cui esperienza potrebbe essere una chiave di svolta? Possono considerare la forza di un team, vincente grazie alla complicità dei suoi membri e non solo grazie al numero di master conseguiti da ciascuno? Possono vedere quanto i sogni e le ambizioni possono spingere una persona a realizzare obiettivi in teoria anche solo lontanamente avvicinabili?

Io non lo so, ma voto ancora per l’unicità dell’ “uomo”, con tutto il suo curriculum di esperienze ed emozioni, vissute e da vivere.

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