L’ARTE DELLO SPARIRE

Tutti quelli che sono stati protagonisti nel corso degli anni di una serie di colloqui, sa bene quanto grande sia il ventaglio delle bizzarrie che si sentono durante l’intero percorso di selezione: domande per le quali sembra impossibile indovinare la risposta giusta, test attitudinali o giochi di ruolo spesso lontani dalla realtà, e step su step che richiedono un notevole investimento di tempo e denaro, spesso ingiustificato ed, ancor peggio, dato per scontato.

Ma fra tutte, senza eccezione alcuna, primeggia l‘arte dello sparire dei selezionatori: non si possono nemmmeno contare il numero di volte che, nonostante il seguito dell’incontro presupponga la successiva ricezione di un feedback, loro, invece, regolarmente spariscono.

Liquidano con manciate di “le facciamo sapere”, “la richiamiamo per fissare un incontro”, e poi il nulla più totale.

Ho sempre cercato di capire, di mettermi nei panni delle persone dall’altra parte. Ma io sono stata formata, in famiglia, durante gli studi, e sul posto di lavoro in modo da pensare che se dico a qualcuno che lo richiamo, poi lo faccio, se prendo un impegno lo porto a termine, che si tratti di lavoro oppure no. Per cui faccio davvero fatica a intendere quale sia il motivo di un simile modo di agire.

Sembra ormai essere la fiera dell’usa e getta, visti e scartati, senza possibilità di replica, senza alcuna traccia di rispetto e professionalità.

                                     RIBALTAMENTO DI PROSPETTIVA

Tornando quindi al punto: ai potenziali candidati vengono chieste sempre più competenze, una professionalità che ho visto invece molto di rado dall’altra parte, un decoro, un comportamento che possa rispecchiare l’immagine che l’azienda vuole dare di se stessa attarverso di loro.

Ma proviamo per un istante a cambiare prospettiva, ed a far diventare l’esaminato colui che invece esamina:

come dovrebbe valutare lui il comportamento degli esaminatori? Come può lui considerare attendibile il giudizio di persone che trattano come oggetti gli altri che si trovano davanti?

Sbaglio o sono proprio le persone che normalmente sono sotto esame quelle che mettono a disposizione di titolari di aziende, datori di lavoro, imprenditori, il loro tempo ed energie, la loro professionalità e conoscenze, il più delle volte in cambio di poco nulla?

Per come la vedo io, fino ad oggi, c’è stato un totale ribaltamento dei punti di vista, deviante e distruttivo, nei riguardi di una situazione che abbiamo per generazioni pensato fosse giusta così, senza metterla in discussione, senza fermarci a pensare che esiste un’altra prospettiva.

Se fosse l‘ azienda a rispecchiare il tipo di persone che ne fanno parte?

Ci è sempre stato detto: “ringrazia perchè ti do un lavoro”.

Già solo questo dà un’idea sconcertante di quale sia il normale modo di pensare al quale siamo stati abituati al punto di essere convinti che sia giusto.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che correttezza e professionalità sono i presupposti basilari su cui si fonda qualsiasi tipo di rapporto lavorativo. Ma da questo a considerare la condizione di lavoratori come una regale concessione dall’alto per la quale essere eternamente riconoscenti, a discapito della propria salute, vita, e felicità, ne passa parecchio.

Io invece penso: “ringraziami perché ho scelto te a cui mettere a disposizione il mio tempo, le mie energie e conoscenze”.

Il rapporto di lavoro tra datore e dipendente è uno scambio a tutti gli effetti, una professione in cambio di uno stipendio. Ma è uno scambio alla pari (e nemmeno), in quanto entrambe la parti danno e ricevono qualcosa di molto importante.

VALORE NON QUANTIFICABILE

Allora cosa ha portato a sottovalutare così tanto il ruolo del lavoratore, lui senza il quale non esiste nè datore di lavoro nè azienda, lui il cui bagaglio di esperienza, conoscenza e formazione è la risorsa più preziosa senza il quale non esiste lavoro, lui, che mette a disposizione il suo tempo, spesso molto più del necessario, le sue esperienze e idee, la sua umanità, tutte cose per il quale nessuno stipendio sarebbe mai abbastanza perchè come si potrebbe dare un valore al tempo, alla conoscenza, o all’essere umano?

Quanto può valere la vita di una persona? E’ davvero monetizzabile?

A questo punto, ben ancorati a questa prospettiva, non credo sia più possibile giustificare il trattamento svilente riservato a tante persone sul posto di lavoro, perchè già la sola presenza di un individuo al quale viene sottratto tempo ed energia è già di per se stesso un valore tutt’altro che quantificabile.

Una vera e propria “rivoluzione del mondo del lavoro” è possibile, ma solo partendo da un’imprescindibile ribaltamento di prospettiva, che metta in primo piano uno scambio, un valore per un altro valore, nessuna costrizione o sottomissione, solo scelte consapevoli nel rispetto di entrambe le parti.

 

 

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