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“Speak human”, anche al lavoro

Tutto ruota intorno alle Persone. O almeno così si dice oggi nel mondo del marketing, dove questo concetto si è fatto strada sempre di più, fino a generare lo Human Marketing, una tendenza dirompente secondo cui al centro non vi sono più i prodotti e i brand, ma le emozioni e le esigenze del consumatore.

Passando diversi anni a lavorare impostando campagne di comunicazione e a scrivere copy che rispondessero alle necessità del “nuovo Umanesimo” digitale, ho pensato a quanto potesse essere bello trasferire questa visione in tutte le attività quotidiane, compresi i rapporti professionali e la comunicazione in ufficio. Purtroppo ho constatato quanto scarto vi sia, soprattutto in realtà meno strutturate o paradossalmente in ambienti meno formali e creativi, tra la teoria e la pratica. Ho realizzato quanto ci si impegni dietro uno schermo e davanti ad una testiera affinché il nostro lavoro sia il più possibile friendly, inclusivo e realmente rispondente alle esigenze dei nostri potenziali clienti, mentre sembri quasi utopico esserlo davvero così nei confronti dei colleghi, o tra datore di lavoro e collaboratori. E a dimostrarlo è, in primis, il linguaggio.

Contro un uso reificante del linguaggio

Mi è capitato molto spesso di sentire proferire frasi non solo poco professionali, ma anche altamente squalificanti da parte dei titolari verso dipendenti e collaboratori, che non solo sminuiscono la persona, ma soprattutto la reificano.

Frasi come “mi serve Marco”, “mi presti Andrea” – riferendosi alla necessità di un superiore di avere l’attenzione di un collaboratore o di un collega momentaneamente impegnato in un’altra attività – sono ancora comuni. E se da una parte possono facilmente essere fatte passare come modi di dire innocenti, dettati dalla frenesia con cui si lavora oggi, ad un’analisi più approfondita nascondono un’insidia: quella del considerare la persona come una cosa, mettendola sullo stesso piano di un oggetto. Cioè il dipendente /collaboratore x è sullo stesso piano dell’oggetto y: per questo ci si può riferire a lui in questo modo.

 

 Spesso questo atteggiamento è rafforzato dalla richiesta di svolgere alcune mansioni in modo perentorio, con l’uso dell’imperativo: “fammi questo, portami quello”, “dimmi, prendi”, “traduci, chiama”. Come se ci si stesse riferendo a dei meri esecutori che non hanno voce in capitolo sui compiti richiesti. Non è raro d’altronde sentire dire da un capo “non sei pagato per pensare, ma per eseguire”.

È chiaro allora che riconoscere l’importanza di un uso corretto del linguaggio al lavoro significa tout court fare attenzione all’interlocutore, riconoscendone il valore intrinseco di persona.

Al di là dei singoli casi o della gravità più o meno evidente di alcune espressioni, quello che desidero qui sottolineare è che, qualsiasi lavoro si faccia, è importante prestare attenzione alle parole che si pronunciano, visto che possono condizionare significativamente il clima in ufficio e la produttività della persona, a seconda che si senta più o meno valorizzato.

Una considerazione merita anche l’uso delle espressioni gergali o colloquiali. Seppur lo stress e la tensione a volte possano giocare brutti scherzi, non si possono tollerare parolacce e insulti. Perché il rispetto degli altri passa soprattutto da quello che diciamo loro.

E infine occhio alle sfumature: una parola appropriata, se accompagnata da un tono sbagliato può creare seri problemi, dando origine a incomprensioni e a malumori tossici. Non limitiamoci a dire la cosa giusta, ma impegniamoci a dirla anche nel modo giusto: davanti a noi c’è una persona. So please, speak human!

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