Prendersi cura del capitale umano dopo il Covid 19

Nel gran proliferare di iniziative indirizzate alla cura del capitale umano delle imprese al tempo del Coronavirus (anche noi, del resto stiamo dando il nostro contributo, che potete trovare a questo link), sta iniziando ad emergere – finalmente – uno sguardo nuovo: come affrontare il “dopo”. Lo stiamo sentendo ripetere spesso, dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso, anche il mondo delle organizzazioni. Il mio personale auspicio è che questo cambiamento non sia solo l’esito funesto di una crisi non prevista e terribilmente disruptive, ma possa essere anche occasione di innovazione e sviluppo e vorrei qui proporre qualche ipotesi a riguardo.

Si tratta di ipotesi che riguardano il capitale umano delle imprese – è questo il nostro campo di studio e il nostro mestiere – e in particolare la cura di questo capitale. Per inciso, parlo di cura perché le persone per le non sono per organizzazioni solo risorse da attrarre e fidelizzare, ma anche da manutenere, per metterle nelle condizioni di volere e di potere dare il meglio di sé. Questa è la nostra prospettiva di cura delle persone: valorizzarne il potenziale, ingaggiarne la responsabilità, stabilire con loro una relazione generativa. Come, dunque, manutenere il capitale umano, come curare le persone nelle organizzazioni del dopo Covid 19? Credo che moltissimi elementi possiamo trarli dall’esperienze di questi giorni, non voglio però esagerare, proverò quindi a indicarne tre.

Il primo è certamente legato all’implementazione e alla diffusione dello smartworking. Che non è però quello che, in effetti, sta accadendo in questi giorni: nonostante i numeri comunicati dai media, che raccontano di una grande diffusione di questa modalità di lavoro, ciò che noi vediamo nella maggioranza dei casi è una delocalizzazione delle attività dal luogo del lavoro alla propria residenza. Si tratta quindi di telelavoro, reso peraltro oggi particolarmente complesso dalla difficoltà di gestire contemporaneamente strumenti tecnologici non sempre adeguati, lo home schooling del figli e, naturalmente, la capacità di organizzare in autonomia il proprio lavoro. Mi soffermo in particolare sul fatto che lo sviluppo reale dello smartworking richiederà un serio lavoro sull’empowerment dei collaboratori, sia in termini di responsabilità ed engagement professionale, sia di work-life balance.

Un secondo elemento riguarda lo sviluppo di resilienza, cioè la capacità di adattarsi positivamente alle circostanze avverse senza soccombere, ma trovando invece occasioni di sviluppo personale. É opinione condivisa tra gli addetti ai lavori che la resilienza sia la competenza chiave delle organizzazioni del terzo millennio e delle loro persone. Almeno da quanto abbiamo raggiunto consapevolezza circa le caratteristiche di volatilità, incertezza, complessità e ambiguità del nostro nuovo mondo (qui il link all’articolo di HBR). Ancora una volta è una questione di empowerment: si tratta di introdurre nuove possibilità di essere e di agire nel contesto lavorativo e di sostenere le proprie persone nel loro processo di sperimentazione. In questo abbiamo visto come possa essere utile attivare sportelli online di counseling psicologico, che vadano a promuovere il benessere delle persone aiutandole, appunto, a sviluppare la propria resilienza.

Il terzo elemento, infine, riguarda l’apprendimento, che è senza dubbio la metacompetenza cruciale per un adattamento positivo, e la sua facilitazione. Credo che i cambiamenti introdotti dall’emergenza sanitaria abbiano evidenziato che, nella imprescindibile responsabilità personale di ciascuno circa il proprio sviluppo professionale, ci siano delle possibilità formative compatibili ad un assetto maggiormente smart delle organizzazioni. Ne cito due che devono andare ad integrarsi: la possibilità con facilità di ricorrere ad un palinsesto pressoché illimitato di risorse di contenuto presenti sulla rete; la possibilità di accompagnare le proprie risorse in questo personale percorso di apprendimento attraverso modalità di coaching “virtuale”.

 

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