Imprese: le 5 sfide da vincere per riprendersi il futuro

sfide

Portare avanti un’idea di business e farla diventare una vera e propria azienda è un percorso entusiasmante, che non lascia spazio all’improvvisazione. 

Per rimanere attivi e protagonisti del mercato, se da un lato continuare a consolidare la propria presenza ed i propri valori è molto importante, dall’altro è vitale continuare ad affrontare il futuro e vincere le sfide dei nuovi contesti. 

L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto ha rappresentato un vero shock: inaspettato e molto duro da affrontare. 

Oggi però sembra che si possa iniziare a respirare un cauto clima di fiducia, soprattutto da parte dei consumatori. 

Secondo l’ultima indagine ISTAT , gli italiani iniziano ad essere più fiduciosi rispetto al futuro (l’indice dell’Istituto statistico rileva una variazione da 116,2 a 119,6). 

Ancora oggi però, fa da contraltare una diminuzione della fiducia percepita proprio dalle imprese (da 114,0 a 113,8).  

Il motivo di questo calo non può essere espresso in termini semplicistici: la crisi si è fatta sentire e oltre 300.000 sono state le imprese che si sono viste costrette a chiudere a causa della pandemia. 

La rinnovata fiducia degli italiani può diventare un’occasione di grande rilancio aziendale, sempre che si riescano a cogliere le occasioni di cambiamento che si presentano spesso sottoforma di vere e proprie sfide. 

Ciò che più conta è non lasciarsi travolgere ma riuscire ad essere consapevoli del valore della propria azienda, conoscerne i processi, i punti di forza e quelli da migliorare, per apportare le giuste modifiche e continuare ad affermarsi con successo, meritandosi la fiducia dei clienti. 

Sfida n 1: smart working da ostacolo a risorsa 

Secondo uno studio condotto dal Politecnico di Milano, l’introduzione ed il potenziamento del lavoro da remoto rappresenta la principale delle sfide per il futuro per il 64% delle aziende italiane. 

Questa nuova modalità di lavoro senza ufficio è stata senza dubbio una delle più importanti rivoluzioni del mercato del lavoro iniziate con la pandemia. 

Abbandonare l’ufficio e, da un giorno all’altro, ritrovarsi a dover organizzare tuti i flussi di lavoro dei team da remoto non è stato facile, soprattutto per le milioni di PMI che non avevano mai utilizzato lo smart working prima d’ora. 

Questo nuovo modo di lavorare però si è rivelato, inaspettatamente una grande risorsa: secondo lo studio condotto da KPMG Global CEO Outlook 2020, ben l’80% del campione intervistato ha dichiarato che le modalità di lavoro smart adottate a partire dal 2020 si sono rivelate indispensabili per migliorare l’efficienza aziendale. 

Inoltre, a fronte dell’esperienza vissuta, ben il 67% degli intervistati ha intenzione di attuare un nuovo piano di investimenti mirati sull’implementazione di nuove tecnologie. 

Non solo CEO: secondo uno studio condotto in pieno lockdown da Karspersky, anche i collaboratori hanno apprezzato lo smart working: soprattutto tra i più giovani (18-24 anni) il 44% del campione ha dichiarato di preferire il lavoro da remoto rispetto a quello tradizionale. 

Vincere la sfida dello smart working potrebbe tradursi nell’ottenere un’organizzazione aziendale più snella, fluida e produttiva, con un team di collaboratori più autonomi e legati al raggiungimento degli obiettivi piuttosto che all’orario di timbro del cartellino. 

Sfida n 2: sviluppare cultura e competenze digitali 

Stando all’indice DESI (Digital Economy and Society Index), la digitalizzazione delle PMI in Italia ha ancora molta strada da compiere. 

Siamo infatti al terzultimo posto in Europa, con un punteggio di 43,6 contro una media dei nostri “vicini di casa” di circa 52,6. 

Sarà per questo che secondo il Politecnico di Milano, lo sviluppo di competenze digitali è avvertito come vera e propria sfida per la propria azienda per il 45% del campione intervistato. 

Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, si percepisce una crescita della propensione delle PMI italiane verso la digitalizzazione per 4 aziende su 10 (il 42% del campione), le competenze digitali sono ancora limitate o distribuite in modo non omogeneo tra i collaboratori. 

Investire in formazione e consulenza per digitalizzare la propria azienda potrebbe rivelarsi uno strumento davvero efficace per migliorarsi.  

Ancora una volta, prima di buttarsi a capofitto nell’acquisto di corsi e software, è molto importante conoscere quali sono le proprie esigenze specifiche e soddisfarle con la soluzione che meglio si adatta alla propria realtà. 

Sfida n 3: la riorganizzazione aziendale 

Decentralizzazione, smantellamento delle classiche relazioni gerarchiche e processo decisionale basato solo sull’assenso: queste sono le caratteristiche più importanti per guidare con successo un’azienda del futuro secondo il report Aequacy Organizzazione 2020: rischio involuzione basato su un campione di oltre 500 tra executive manager e CEO. 

Leggendo il rapporto però emerge anche una pericolosa tendenza involutiva rispetto ai risultati del report 2017: la paura e l’incertezza derivate dall’emergenza sanitaria hanno fatto assumere ai team un atteggiamento di difesa e di chiusura.  Ecco spiegato il “rischio involuzione” che dà il titolo al report. 

Sono tornati i vecchi schemi gerarchici e la ricerca di processi standard e strutturati. 

Come riporta lo studio: 

coloro che ritengono che l’ambiente di lavoro dell’azienda di successo del futuro sarà semplificato con sistemi dinamici e procedure snelle passa dal 57% del 2017 al 45% del 2020. 

La paura del futuro spesso blocca e può portare ad una fase di stallo se non al ritorno di vecchi schemi che, per quanto inefficaci, vengono percepiti come “sicuri, senza sorprese”. 

Rivoluzionare l’organizzazione aziendale ed aprirsi al nuovo è ancora una sfida da affrontare per il 43% delle imprese del campione dello studio condotto dal Politecnico di Milano. 

La vera sfida non è riorganizzare l’azienda ma avere fiducia nelle proprie risorse e credere nel cambiamento come alleato per il successo. 

Sfida n 4: rendere più agile il modello organizzativo aziendale 

Si tratta della quarta priorità per le aziende italiane che hanno costituito il campione dello studio condotto dal Politecnico di Milano. 

La percentuale che percepisce come sfida prioritaria per il futuro della propria attività un ripensamento dell’organizzazione aziendale si attesta al 35%. 

Partendo dalla teoria, si definisce modello organizzativo aziendale:  

un Sistema di Gestione interno all’azienda che organizza e soprattutto disciplina l’attività operativa dell’azienda. 

Dall’identificazione dei rischi alla gestione dei flussi quotidiani di lavoro, i modelli organizzativi aziendali sono diversi e non possono rischiare di rimanere ingessati in una struttura rigida, che non rispecchi le reali esigenze dell’attività. 

Per rimanere competitive in un mercato del lavoro sempre più liquido e privo di certezze, le aziende hanno bisogno di aprirsi al mondo circostante e riorganizzare i propri modelli organizzativi a partire dall’attento studio del contesto. 

L’assenza di punti di riferimento è stata definita VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) da Warren Bennis and Burt Nanus. 

Sono diversi i nuovi modelli organizzativi che l’economia aziendale sta studiando e sperimentando, non ultimo quello dell’Agile Organidzation, del tutto incentrato sulla capacità di prendere decisioni repentine ed anticipare i bisogni del cliente. 

Ciò che emerge dal dibattito accademico come dall’indagine diretta verso le aziende italiane è quindi l’esigenza forte di staccarsi da schemi e modelli organizzativi precostituiti e poco flessibili, per poter ricercare nuove soluzioni più agili ed adeguate al contesto attuale. 

Sfida n 5: nuova cultura e nuova leadership 

Il capo ha sempre ragione. 

Questo, in estrema sintesi, l’ultima sfida percepita come prioritaria per affrontare il futuro dalle aziende italiane: cambiare la cultura aziendale ed aprirsi a nuovi modelli di leadership. 

Per il 35% del campione dello studio del Politecnico di Milano, il cambiamento più importante per vincere le sfide del mercato deve partire da un profondo ripensamento dei modelli gerarchici. 

In questo articolo del Sole 24 Ore vengono analizzati i nuovi trend manageriali post pandemia. 

Emerge con chiarezza che oggi, con l’introduzione dello smart working, la leadership autoritaria non ha più senso. 

Ecco le caratteristiche del capo.3.0: 

  • saper ascoltare le esigenze dei propri collaboratori; 
  • instaurare un clima di fiducia nel team; 
  • lasciare ad ognuno grandi spazi di libertà nella scelta del metodo da adottare per raggiungere gli obiettivi; 
  • dovrebbe saper guidare un team da remoto con fiducia e capacità di delegare. 

Secondo lo studio del Sole24Ore poi, oggi più che mai il vero leader non è colui che porta l’etichetta di capo ma la persona che più di tutte sappia portare esperienza e capacità di coesione all’interno del gruppo di lavoro. 

Interessante anche notare come la cultura aziendale del noi sia stata sempre più rafforzata rispetto a quella dell’io proprio in conseguenza all’emergenza sanitaria, che ci ha costretti a lavorare da remoto, senza l’ambiente fisico dell’ufficio. 

Questa esigenza di cambiare ed offrire nuovi trend di leadership che rimettano al centro la collaborazione e la squadra di lavoro, valorizzandola in ogni suo aspetto, non è altro che il rafforzamento di una tendenza già molto presente. 

Già da diversi anni infatti, è emerso con chiarezza che il team è considerato come risorsa essenziale per compiere un buon lavoro: già nel 2018, ben il 92% degli italiani dichiarava di ritenere una collaborazione con colleghi di età differente una risorsa molto importante per far emergere soluzioni e punti di vista innovativi. 


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