meritocrazia

Hai mai sentito suonare un’orchestra dal vivo?
A me è successo quando sono andata a teatro per vedere il Nabucco di Giuseppe Verdi; l’orchestra non si vedeva, ma quell’insieme di suoni era qualcosa di unico.   

Il mio professore di musica delle medie ci raccontava spesso della vita dei musicisti; ci diceva che far parte di un’orchestra è un vero e proprio lavoro e che ci si resta praticamente tutta la vita.  

Diceva anche che “se suoni per passione, dopo 8 ore al giorno di prove in orchestra, la sera quando torni a casa da tua moglie non hai proprio più voglia di suonare per divertimento”. 

 
Quel “quando torni a casa da tua moglie” l’aveva pure argomentato spiegando che le orchestre sono per la maggior parte composte da uomini. 

20 anni fa non avevo la minima idea di cosa fosse la discriminazione di genere o il femminismo ma proprio il mio professore di musica e le sue parole mi sono tornate in mente qualche giorno fa, leggendo un articolo che parlava della New York Philarmonic Orchestra.  
 

New York Philharmonic – Foto dagli Archivi Ufficiali

A quanto pare era vero, per la maggior parte del 1900 nell’orchestra non suonavano musiciste donne: tranne qualche rara eccezione di passaggio tra gli anni ’50 e ’60, l’orchestra era composta da solo uomini.  

Poi improvvisamente, negli anni ’70 il numero delle musiciste salì da 0 a 10. Come mai? Le donne erano di punto in bianco passate da essere musiciste mediocri a talentuose e meritevoli di un posto in orchestra?  

Tutt’altra storia! Il merito si deve ad un semplice, ma decisivo, cambiamento introdotto nelle audizioni: i candidati si esibivano dietro ad un paravento, impedendo ai giudici di soffermarsi su nient’altro se non sul loro talento. 

Le audizioni erano diventate meritocratiche, e in pochi anni la percentuale di donne musiciste nella Philarmonic passò da 0 al 50%.  

Meritocrazia è esattamente questo: concentrarsi sulle capacità e sul talento, senza badare a nient’altro.  

Il verbo latino merere  (meritare, essere degno di) e la parola greca kratos  (potere)  hanno dato origine, con la loro unione, al termine meritocrazia che,  letteralmente, significa “meritarsi il potere”.    

Non c’è alcun riferimento etimologico al fatto che il potere debba essere maschile; il potere è di chi se lo merita!  

La meritocrazia esiste davvero? 

Questa domanda me la sono posta spesso durante il mio percorso professionale e sono certa che anche tu hai vissuto contesti e momenti della tua carriera in cui avresti tanto voluto le audizioni al buio dell’orchestra newyorkese!  

Quando una donna raggiunge i vertici aziendali i giornali ne danno notizia; questo accade perché ancora oggi è raro trovare un top manager che non sia uomo.

 In uno studio condotto da Catalyst, dal titolo “Women in Management”, si evince che le donne rappresentano ormai il 50% della forza lavoro globale ma la presenza femminile diminuisce mano a mano che si scala la gerarchia aziendale. 30% le donne manager11% le top manager e meno del 5% del totale degli amministratori delegati.  

L’antropologia ci dà una prima risposta: per l’uomo è naturale selezionare i propri simili; scegliere persone con le stesse caratteristiche, anche di genere, è un retaggio antico che consentiva di preservare un determinato gruppo (i top manager in questo caso!) nel tempo. 

“I think it, therefore it’s true: Effects of self- perceived objectivity on hiring discrimination” di E.L.Uhlmann e G.L.Cohen è una raccolta di ricerche che dimostra che gli individui che credono di essere imparziali e si autovalutano come non sessisti, sono, paradossalmente, i più inclini a comportamenti discriminatori.
Sempre secondo lo studio è una caratteristica tipica del genere maschile. 

Stando così le cose insomma, il  World Economic Forum ci dice che potremo finalmente esultare per il raggiungimento della parità di genere tra altri, diciamo, 100 anni.  

Anche la psicologia gioca un ruolo fondamentale nella difficoltà delle donne a scalare i vertici aziendali. 

La multinazionale Hewlett-Packard ha pubblicato uno studio secondo il quale le donne tendono a richiedere una promozione solo quando credono di soddisfare il 100% delle qualifiche necessarie, mentre ai colleghi uomini basta soddisfare il 60% dei requisiti. 

Insomma, solo quando credi di essere completamente perfetta ed aderente al ruolo ti butti alla ricerca di una promozione…e intanto ecco che il tuo collega ha già ottenuto il posto semplicemente perché lo ha chiesto prima!   

Di chi è la colpa? 

Per tantissimi anni ai colloqui di lavoro ho pensato che la meritocrazia sarebbe stata dalla mia parte ma quando le domande invece di essere “quante lingue parli?” diventavano “pensi di avere figli nei prossimi due anni?” capivo che di meritocratico c’era ben poco.  

In quel momento ho deciso di creare io un modello meritocratico e ho trasformato la mia passività in forza e voglia di costruire dando vita a BEYOND THE BOX. 

Meritarsi l’avanzamento di carriera è spesso una specie di utopia, ma questo non significa affatto che non sia possibile raggiungere ottimi risultati se ci impegniamo con costanza e tenacia: secondo la Harvard Business Review , le donne superano gli uomini su 17 delle 19 competenze che identificano un leader eccellente.  

Se da un lato lavoriamo e ci muoviamo in una società che premia più facilmente gli uomini, dall’altro siamo spesso noi stesse a boicottarci per paura di non essere all’altezza del ruolo. 

Siamo brave, è che a volte ce lo dimentichiamo


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