multipotenziale

La domanda è sempre la stessa e credo di essermela sentita porre per la prima volta più o meno quando avevo tre o quattro anni: “cosa vuoi fare da grande”? 

Naturalmente “voglio fare la ballerina” o “voglio fare il pompiere” sono le risposte divertenti e carine che tutti gli adulti si aspettano di sentire dai piccoli di casa. Una bella risata con i parenti e fine della questione.  

Poi però si cresce e la domanda inizia ad assumere contorni più netti. Devi scegliere la scuola superiore, a volte una scelta dettata da dove andranno i tuoi amici più che dai tuoi reali interessi accademici.

Non parliamo poi della scelta universitaria, un bivio dove praticamente ti dicono che si gioca tutto il resto della tua vita – grazie eh! Ora sì che sono tranquilla! A 18 anni mica sai cosa vuoi fare da grande, le idee sono tante e pure confuse.  

E se nemmeno volessi farla l’università? Ti senti inadeguata solo a pensarlo?

La cultura ci impone di specializzarci, di approfondire solo una professione ed incasellarci in quella vita professionale per tutta la vita.  

Generazioni a confronto 

Nonna faceva 3 lavori: coltivava la terra per vendere i suoi prodotti al mercato, aiutava nonno con il bar e faceva la sarta confezionando vestiti su misura. Eppure lei è stata la prima a dirmi “trova un buon lavoro e sistemati”, anzi, più che dirmelo lo ripeteva in continuazione. 

Nonna faceva parte della generazione dei builders, oggi hanno tra i 75 e i 95 anni. Una generazione che ha visto la guerra e la fame e ha profonda lealtà verso il lavoro e la famiglia. Una generazione di parsimonia sia finanziaria che nello stile di vita. Una generazione che, avendo vissuto in un’epoca di incertezze, voleva per i figli e i nipoti stabilità e sicurezza. 

Sono arrivati poi i baby boomers, che oggi hanno tra i 56 e i 74 anni. Hanno visto la fine della guerra, ma soprattutto hanno visto la ricostruzione: per la prima volta anche le donne hanno iniziato a lavorare nelle fabbriche e a gestire contemporaneamente la vita familiare. La più numerosa generazione di sempre che ha cambiato le regole di famiglia, società e lavoro. Proprio con loro nasce il mito della carriera, dello scalare le vette in quelle aziende che stavano proprio in quel momento nascendo e crescendo. 

Arriviamo poi a noi, generazione X e millennials: la fetta più grande di chi è sul mercato del lavoro oggi fa parte di questi due gruppi. Per noi c’è una costante ricerca di work-life balance, fedeltà verso una professione più che a un datore di lavoro, voglia di essere nomadi digitali. Vogliamo provare, sperimentare e non aver paura di scoprirci multipotenziali. 

Fonte: 5 libri che un multipotenziale dovrebbe leggere, di Raffaele Gaito

Le intersezioni fanno la differenza 

La prima definizione di multipotenziale ce la dà nel 1972, R. H. Frederickson :“un multipotenziale è una persona che quando si trova in contesti appropriati, può selezionare e sviluppare una serie di competenze ad alto livello”. 

Avere molteplici passioni, approfondire le conoscenze su diversi argomenti, lavorare duramente per conquistare quelle competenze, eccellere e poi annoiarsi e buttarsi in una nuova sfida è ciò che definisce la persona multipotenziale. 

Tutti noi conosciamo almeno una persona così, o forse noi stessi lo siamo: qualcuno che non si definisce in un solo mestiere ma che si interessa a più discipline e le gestisce tutte con grande professionalità. 

Essere una persona che sa fare tante cose diverse significa avere una mente aperta ma anche tante conoscenze e nozioni utili in diversi settori. 

Il superpotere delle persone multipotenziali? Avere intuizioni innovative.  
Grazie all’applicazione delle conoscenze in settori diversi, riescono sempre a trovare una soluzione originale ed impensabile per chi invece ha una sola specializzazione. I punti di contatto tra le diverse discipline conosciute dal multipotenziale ma anche i diversi approcci di pensiero sono sempre state intersezioni vincenti. 

Essere multipotenziale non è semplice: spesso quel “non so che mestiere faccio” o le pressioni subite dall’esterno possono creare sconforto, senso di disappartenenza o ansia.  
 
Sono io ad avere qualcosa che non va? Perché tutti gli altri sono incanalati in un unico percorso, hanno degli step delineati, ma soprattutto non sentono mai questa vocina interiore che dice “perché non provi a fare anche quello?”  

Emilie Wapnick durante il suo celebre Ted Talk

E quindi, cosa fare da grande? 

Emilie Wapnick che ha affrontato il tema in modo eccellente in un suo Ted Talk  (se non l’hai visto, guardalo!) ha spiegato nel suo libro “Diventa chi sei” quattro approcci alla carriera per un multipotenziale:  

  • L’abbraccio di gruppo: scegliere un lavoro multidisciplinare, ad esempio la musicoterapia che abbraccia sia musica che psicologia che all’apparenza possono sembrare lontane. 
  • L’alternanza: portare avanti due o più carriere per volta, attraverso una serie di attività/lavori part-time. Di mattina cameriere, di pomeriggio cantante, per esempio. 
  • L’approccio Einstein: avere un’attività/lavoro full-time in modo da avere un’entrata economica assicurata e poi crearsi degli hobby che in un secondo momento possono trasformarsi in lavoro.  
  • L’ultimo approccio descritto è quello della Fenice: come l’uccello della mitologia capace di rinascere dalle proprie ceneri, consiste nel dedicarsi completamente a un settore specifico per un periodo determinato e poi re-inventarsi e ricominciare una nuova carriera. 

Essere multipotenziale  è un grande vantaggio se accetti di non avere una sola ed unica vocazione. La cosa migliore è sperimentare e non vedere i cambiamenti come un fallimento (del fallimento parleremo più avanti) bensì come l’opportunità di imparare sempre qualcosa di nuovo che ti arricchisce sia a livello professionale che a livello personale. 


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